Lettera al Presidente della Repubblica di un nostro compaesano.
Un nostro compaesano ci ha inviato questa lettera e ritenendoci un laboratorio di idee, discussioni e proposte atte al miglioramento del vivere civile di TUTTI…l’abbiamo pubblicata con l’intento di una semplice meditazione invitando chi ha a cuore gli stessi ideali a partecipare a tali iniziative….grazie.
È da molto tempo che avrei voluto rivolgermi a Lei, per manifestare il disagio psicofisico che molti di coloro, che vivono in una regione del sud, avvertono.
Poi mi chiedevo: a che serve se dovrò riferire cose arcinote non solo a noi ma a tutto il mondo? Se nemmeno le unanime condanne hanno sortito alcun effetto?
Ma oggi mi sento completamente perso! Perso come quando la mattina si ci sveglia e non si realizza immediatamente dove si ci trova e perché.
E subentra quello stato di crescente frustrazione di chi vorrebbe fermare tutto per capire, mentre invece incalza la spinta istintiva a fare qualcosa, a non rimanere passivi.
Cosa può fare l’individuo per difendersi dalle manifestazioni razziste di un parlamentare della repubblica se lo stesso stato (lo scrivo in minuscolo perché così si percepisce) non reagisce e acconsente di fatto?
Un parlamentare che offende con cori razzisti i napoletani, negli altri Stati sarebbe espulso da ogni carica pubblica interna e a livello europeo. Richiamo l’espulsione dal Parlamento scozzese di quel deputato che aveva offeso gli italiani durante il mondiale di calcio in Germania: furono i suoi stessi colleghi scozzesi a pretenderlo.
E cosa può fare l’individuo se ancora lo stato non scioglie una amministrazione pubblica che approva la delibera con la quale viene fatto divieto ai presidi del sud di occupare i posti disponibili al nord? E in piena violazione della legge della Unione Europea sulla libera circolazione dei lavoratori in tutto il territorio della Comunità Europea? Una volta c’era anche qualcosa sulla nostra costituzione.
Già! C’era! Oggi cosa è rimasta se diritti fondamentali dell’uomo sono solo carta straccia?
Cosa deve fare il lavoratore del Sud che, costretto ad emigrare, subisce (da 150 anni in verità) umiliazioni psicofisiche per la sua diversità culturale, quando la partecipazione di un parlamentare a feste di sesso e droga viene giustificata dai suoi colleghi allo stress (per gli onorevoli è stress) per la lontananza da casa; eppure il Ministro del Tesoro USA ha rischiato di non essere confermato per non aver pagato alcuni mesi di contribuzione della colf; e ancora, i parlamentari inglesi, compreso un Ministro, costretti a dimettersi per le spese gonfiate di poche sterline.
Cosa può fare l’individuo che si sente ostaggio dei due stati, il reale (quello illegale) e il virtuale (è la commistione tra stato legale e stato illegale)? Quando ad ambedue paga “realmente” imposte dirette ed indirette e le stesse assumono la qualità di pizzo?
Le dirette sono i furti, le rapine ecc.. e le tasse per i servizi che al sud sono negati ( istruzione, mobilità, sanità ecc..), privando di fatto il cittadino delle relazioni sociali necessarie alla crescita e sviluppo individuale e collettivo.
La tasse sui rifiuti cresce in proporzione all’aumento dell’inquinamento ambientale provocato dallo svessamento nei nostri territori dei rifiuti tossici che le aziende del nord inviano, utilizzando canali illegali. Per loro il vantaggio economico e la certezza di restare impunite, a noi l’onere delle tasse che dovrebbero pagare loro e l’appellativo di munnezze.
Le tasse indirette sono derivate dai costi anomali degli appalti di opere pubbliche, che verranno realizzate dopo diverse generazioni (se fortunati) o acquisite da noti gruppi di potere del nord, a titolo gratuito, di società portate volutamente allo stato fallimentare.
L’acquisizione dell’Alitalia è l’ultimo esempio. Noi tutti paghiamo la Bad Company mentre al nord vanno i benefici della nuova compagnia CAI; ironia della sorte paghiamo anche in termini occupazionali con l’esclusione di una parte storica dell’Alitalia, l’ATITECH : e siamo i soli a pagare.
La polemica che sta montando sulle celebrazioni per il 150° dell’unità d’italia sono determinate dal rischio che fondi per i festeggiamenti non arrivino più al nord.
Ma noi che c’entriamo? È la stessa cosa se Ghandi avesse partecipato ai festeggiamenti inglesi per la conquista dell’India.
Io avrei da proporre, e lo allego, il manifesto per festeggiare il loro anniversario. È amaro, come l’amarezza di una persona frustrata dalla consapevolezza della propria impotenza a dare, anche se pur piccolo, un apporto al cambiamento. Ma anche con la consapevolezza che ciò che muove i propri sentimenti non è odio, perché è un sentimento che non appartiene alla nostra cultura; cultura che per migliaia di anni significò accoglienza, ascolto. Cultura che consentì di cogliere nelle diversità etnografiche una opportunità per il proprio sviluppo sociale, accrescendo soprattutto quel senso di appartenenza alla propria terra che né i romani né gli altri popoli, che si succedettero nel governo del territorio, seppero, né tantomeno vollero, piegare e annullare. Questo fino a quando non arrivarono loro…. i nostri fratelli.
Credo che una giusta celebrazione vada fatta all’insegna della verità, aprendo magari anche gli archivi, secretati, sull’operazione unità d’italia.
Questo è un atto dovuto e improcrastinabile, se si vuole salvare questa nostra Italia, che deve essere unita nella certezza delle diversità culturali esistenti. Noi abbiamo bisogno di ricucire e recuperare la nostra identità culturale, cancellata 150 anni or sono.
Le tensioni create dalle affermazioni di superiorità della razza celtica possono condurre solamente alla spaccatura civile, quella economica è conclamata, che non significherebbe solo uno squilibrato federalismo.
Ho trovato la determinazione a scriverLe per il costante silenzio degli organi pubblici, compresa la magistratura, sui sempre più frequenti casi di razzismo che si verificano contro di noi.
Ci aiuti a ritrovare il senso di orgoglio di appartenere alla nostra terra, recuperando sin dalla scuola la nostra cultura.
Mi sono rivolto a Lei in qualità di Capo dello Stato, ritenendo che le affinità della cultura campana possono servire solo ad una più facile comprensione dei sentimenti espressi; non sono sicuro sull’adeguatezza del tono e dei modi con cui ho espresso queste mie percezioni della realtà in cui vivo, ma preferisco la spontaneità e la immediatezza dello stato d’animo alla correttezza formale.
La consideri un lettera di un uomo del Sud che legge nei volti di tanti giovani la consapevolezza dell’assoluta mancanza di un futuro, l’accettazione dello stato di degrado socioculturale e la sopraffazione come unica possibilità di emergere, anche come breve e rischiosa parentesi, nello squallido ambiente circostante.
Buon lavoro
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